Che cos’è l’ipnosi collettiva? E’ possibile lavorare su sè stessi in condizioni critiche?

Lo Stato di Sonno

Uno dei principi fondamentali del sistema di Gurdjieff e della Quarta Via è che l’essere umano vive in uno Stato di Sonno anche quando è fisicamente sveglio. Perché?

  1. Le sollecitazioni esterne governano la sua vita: l’essere umano reagisce meccanicamente agli eventi, vive immerso nell’automatismo e nelle identificazioni, scambiando l’illusione per realtà e la realtà per illusione.
  2. Quando dice “io” si percepisce come un’unità, ma in verità è frammentato in molti “io”, che emergono in base agli stimoli ricevuti, spesso senza che ne abbia coscienza.

Che cos’è l’ipnosi collettiva?

Maurice Nicoll, nei Commentari Psicologici (La dottrina della Quarta Via), spiega:

“Tutta la vita dell’uomo, l’intera vita della società umana, la vita delle nazioni e delle classi sociali è una vita in ipnosi, in una specie di sonno ipnotico collettivo.”

“Il modo in cui siamo ipnotizzati è così evidente che per me fu sempre causa di stupore. È come se due Maghi preoccupati di mantenerci addormentati su questa terra, per servire la natura, non si preoccupassero di nascondere il meccanismo dei loro piani, avendo compreso fino a che punto siamo imbecilli e tanto suggestionabili, che non c’è bisogno che lo nascondano. […] È così ovvio. E noi ci aggiriamo nella vita come idioti suggeriti, con la bocca aperta e gli occhi sgranati, chiedendoci cosa accadrà dopo, dimenticando ogni giorno la verità che potremmo imparare se avessimo solo un poco più di consapevolezza.”

La società è strutturata per mantenere l’individuo in uno stato di illusione, rendendo la prigione invisibile e persino desiderabile. Il meccanismo è sostenuto anche dalla dualità, che spinge le persone a schierarsi: bene/male, destra/sinistra, scienza/religione, progressismo/conservatorismo. L’identificazione con gli schieramenti rinforza la personalità e genera separazione. Queste divisioni, oltre a essere funzionali al controllo sociale, alimentano un sistema economico e mediatico basato sul conflitto.

Il caso dello sport in Italia

In Italia, lo sport – e in particolare il calcio – rappresenta una delle forme più diffuse di ipnosi collettiva. Non a caso La Gazzetta dello Sport è il quotidiano più letto, e gli sportivi diventano quasi figure di collegamento tra l’umano e il mitologico, simboli di successo e idolatria.

Se lo sport in Italia per antonomasia è il calcio, le tifoserie, attraverso il senso di appartenenza, investono emotivamente e finanziariamente in un’identità che non è realmente la loro. Le società calcistiche si nutrono di questo coinvolgimento: abbonamenti, merchandising, diritti televisivi. Le “bandiere” sportive vengono retribuite con cifre esorbitanti. Non si tratta di moralismo: il talento va riconosciuto perché è merce rara. Ma spesso l’idolatria si traduce in un culto della personalità, dove la superiorità viene proiettata su chi è semplicemente più visibile creando aspettative ed enfatizzando quello che fanno.

Un esempio di ipnosi collettiva

In una partita decisiva come può essere una finale di un torneo internazionale di calcio, l’effetto è impressionante: milioni di persone affidano il proprio umore, la propria gioia o la propria rabbia, al risultato di una partita. Chi vince sembra avere ricevuto una benedizione divina — esplosioni di euforia, festeggiamenti come se si fosse vinto al Superenalotto. Chi perde sprofonda nell’angoscia — come se fosse crollata la casa, morta la famiglia, distrutto ogni senso di speranza. Questo sbalzo emotivo crea un’altalena interiore molto potente, che produce dispersione energetica e alimenta le influenze esterne (se non credete a queste parole, andate su YouTube a vedere le reazioni a caldo dei tifosi alla vittoria/sconfitta della propria squadra). Eppure, lo sport in sé non è il problema. Anzi, se vissuto con consapevolezza e leggerezza, può diventare uno spunto per instaurare relazioni di qualità e uno specchio per osservarsi. La questione non è lo stimolo esterno, ma il modo in cui ci identifichiamo con esso.

Si può lavorare su di sé nell’ipnosi collettiva?

Sì, si può. Ma è più difficile che in un contesto protetto. L’ipnosi collettiva è onnipresente, e serve una forza interiore ben radicata per non esserne risucchiati.
Molti aspettano condizioni ideali per fare il lavoro su di sé. Se non si è agli inizi, è proprio quando ci si trova in un ambiente sfavorevole che emergono automatismi, reazioni, identificazioni inaspettate. In questi momenti si apre la possibilità di osservare e trasmutare.

Il Vangelo di Giovanni (17:15-18) dice: “Nel mondo, ma non del mondo.” Il cammino interiore richiede il coraggio di stare nel mondo mantenendo una coscienza comprensiva, non reattiva. È lo spirito che Gesù trasmette agli apostoli: “Non vi lascerò orfani” (GV 14:18). Per essere nel mondo senza essere del mondo, occorre forgiarsi uno scudo, con la forza di tutelarsi. L’esterno diventa un messaggero, e il lavoro su di sé un esercizio quotidiano di centratura e discernimento.

In definitiva, l’ipnosi collettiva non è un nemico da combattere, ma una realtà da osservare. Solo così può trasformarsi da ostacolo a occasione di risveglio.

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